In canoa con Honey

di macri puricelli
Valerio e Honey sono inseparabili. Il primo è un bresciano quasi doc che si divide fra i monti e il suo amato fiume Oglio. Il secondo è un Golden Retriever che sa andare in canoa, sa sciare, sa farsi portare in bicicletta, insomma segue il suo compagno a due gambe in ogni avventura.

Li ritroveremo insieme, sul Musestre, martedì 10 giugno. Saranno insieme a raccontarci come si condividono avventura e canoa. Come hanno fatto qualche mese fa quando sono stati ospiti di Cronache Animali, un programma di Rai2 che va in onda il sabato e la domenica mattina.

HoneyCome hanno fatto tante volte compresa quell’estate sul Massiccio Centrale, un’enorme ciambella di calcare nel centro della Francia, dovei il fiume Ardèche s’è fatto largo in milioni di anni nella roccia calcarea creando uno spettacolare canyon che affonda nella crosta rocciosa per centinaia di metri.

Il Pont D’Arc, un enorme arco di pietra, è la porta che il fiume s’è modellato: da qui si entra nel canyon per una quarantina di chilometri. Una vertigine inversa che ogni anno richiama appassionati di canoa e profani in cerca di una vacanza avventurosa.

Valerio e Honey, quell’estate, hanno deciso di percorrerlo insieme.

Per due giorni sono rimasti “prigionieri” dell’Ardèche. Insieme e felici. Immersi nell’ineguagliabile arte della natura.

 

Le fate del Sile: navigando con Laura Simeoni

sile

Morgana era stanca di intrighi, sotterfugi, litigi,incantesimi. La sua vita era diventata una sfida estenuante con il fratello Artù. Un giorno, passeggiando lungo il sentiero stretto che costeggia il dirupo, Morgana vide una meravigliosa farfalla: era la più bella creatura che mai avesse incontrato, con le ali color arcobaleno.

La bella fata desiderò più di ogni cosa toccare quell’essere meraviglioso e leggero e cominciò a inseguirla, lungo la brughiera fin dentro il bosco. La farfalla però non si fermava, anzi accelerava il suo rapido zigzagare, e la fata fu costretta a correre sempre più forte finchè anche lei si alzo in volo, superando il bosco, il villaggio, l’inespugnabile castello di re Artù e poi ancora ampie radure, laghi e ruscelli.

La fata cominciò a seguire dall’alto la lunga strada sterrata che si dipanava stretta e sinuosa tra mille polle d’acqua che gorgogliavano incessanti. Alzando lo sguardo a nord vide che la stradina proseguiva per un lungo tratto diventando lineare, senza curve, fino al boschetto di betulle.

La fata che veniva da lontano decise in quel preciso momento che mai avrebbe abbandonato quei luoghi né i coraggiosi abitanti che vivevano in piccoli casoni dal tetto di paglia e non avevano voluto abbandonare quella zona sospesa tra terre e acque per cercare un posto diverso in cui abitare.

Amavano l’acqua come lei, così decise di aiutarli. Prese sette sassolini bianchi da un sacchetto che portava appeso al collo e li gettò nella palude. In quell’istantele case cominciarono a salire, quasi tirate da fili invisibili, mentre dall’acqua sembravano crescere alberi senza rami né foglie. Da lontano, tra i vapori densi, pareva che le case fossero sospese nel vuoto. Invece poggiavano su solide palafitte e da allora il piccolo villaggio prese il nome di Morgano, in ricordo della bella fata e dei suoi incantesimi.

Questa di Morgana e Morgano è solo una delle tante leggende che Laura Simeoni ha raccolto nel suo bel libro “Leggende del Sile“, uscito qualche anno fa e sempre amatissimo.

Come la sua autrice. Che oltre a fare la scrittrice è una giornalista freelance che mai si stanca di scavare nella storia vera e immaginata delle terre trevigiane. Con un occhio speciale alle acque e a tutte quelle fate e folletti che le abitano.

Ora capite perché navigare il Sile con Laura Simeoni sarà un’esperienza da non perdere: ci si vede sabato 7 giugno (su prenotazione).

L’ultimo dei barcari: incontro con Riccardo Cappellozza

di macri puricelli, liberamente tratto da “Di bestiale bellezza. Itinerari fra animali, sassi e acque di un Veneto ritrovato“.
Battaglia Terme (Padova) – “Forsa Nina. Spingi. Avanti. Dai dai dai”. La grande cavalla quasi si piega sugli anteriori. La sua lunga criniera bionda ondeggia. Il pelo splende di sudore. Il collo si inarca. La spalla spinge. Le narici si allargano. E Nina tira. Tira. Con tutto la forza che ha nella sua anima di cavalla grande, grossa e generosa. Ma il suo cavallante la incita ancora.

Deve dare di più. Più forza, più forza. Con il coltellino, l’uomo, arso dal sole di luglio, taglia via dall’argine un ciuffo di erba medica e quasi gliela infila in bocca. Nonostante la fatica e lo sforzo, Nina mastica e ringrazia. E tira, tira, tira. Dietro di lei una fune lunghissima, 50 metri, a volte 150.

E alla fine un burcio con tutto il suo carico di anime e di prodotti. Il vento è sceso. Le vele sono state ammainate ossequiando la bonaccia. La grosso barca è quasi ferma. E la corrente rema contro. Solo Nina può aiutarli. Lei e le sue compagne. Dall’argine. Tirando dietro di sé il burcio. Facendolo avanzare. Fino a quando non avrà più fiato. Fino alla prossima posta. Fino al ritorno del vento. Solo allora Nina e i suoi compagni potranno riposare. Avanzano tutti insieme, con un “passo da morto”. Lento, costante, sotto sforzo. Anche il più riottoso dei puledri veniva domato da quella fatica.

Riccardo Cappellozza
Riccardo Cappellozza

Riccardo Cappellozza (ospite del Fle domenica 15 giugno alle 14.30) mi guarda e sorride. La memoria corre indietro negli anni. Quando a Battaglia Terme c’erano più burci e più barcari di contadini. Quando avevano bisogno dei cavallanti per risalire i fiumi.

Era il 1959 e di burci a Battaglia se ne contavano 635. Sette anni dopo sarebbero stati solo 31. Nel 1967 erano tutti in pensione. Chiuso per sempre. Attività sepolta dai gas di scarico. Dal fiume all’autostrada. Un delirio di onnipotenza che in poco tempo ha cancellato mille anni di storia. Proprio qui, dove le virtù dell’ingegneria idraulica di ogni tempo si trovano dietro a ogni angolo.

Dal sentiero del ferro di cavallo, mi sono ritrovata quasi senza volerlo al Museo della navigazione fluviale. Qui in paese quest’area la chiamano “la pontara”. La punta estrema di un triangolo di terra. Da una parte il canale Rialto che raccoglie le acque del versante nord dei Colli Euganei e del bacino termale. Dall’altra il Vigenzone che punta verso sud-est, verso Brondolo di Chioggia per intenderci, per poi sfociare in laguna.

Riccardo è in giacca e cravatta. E’ domenica, il Museo è aperto e lui ne è la suprema guida. Qui ci arrivano pochi italiani. Molti tedeschi, olandesi e inglesi che sui Colli “passano le acque”. E che non rinunciano mai a una visita al museo. Arriva anche qualche scolaresca. La sede del Museo, elegante costruzione ottocentesca, era il mattatoio pubblico. In altre parole il macello. Che ha funzionato in questa sede fino agli anni Settanta. Per poi essere abbandonato fino alla decisione dell’amministrazione comunale di Battaglia, nel 1985, di destinarlo a ospitare la memoria di un popolo. Quello ormai estinto dei barcari che andavano per canali e fiumi. Dai tempi più remoti alla metà degli anni ’60 del Novecento.

Riccardo Cappellozza è il loro mentore ed è un fiume di ricordi. Difficile, anzi quasi impossibile, arginarne la passione. Quella stessa con cui sovrasta ogni visitatore che si affida alla sua guida. Perché ogni oggetto custodito in questo Museo – che l’Europa ci invidia e che l’Italia ignora – fa parte della vita di Riccardo. Ogni immagine, ogni modellino, ogni argano, ogni cima. Tutto è stato cercato, trovato, recuperato, restaurato senza badare a spese.

Anche quell’enorme mulinello che avvolge 150 metri di corda di canapa. Serviva per avvolgere le funi cui venivano attaccati i cavalli, meno frequentemente i buoi, che da riva trainavano i burci lungo il canale. Quando si andava contro corrente. Quando il vento si faceva attendere. Quando i barcari non riuscivano con le proprie forze a tirare la barca. Come oggi ci sono i distributori di benzina lungo le nostre strade, ad accompagnare il percorso dell’asta fluviale c’erano le poste con i cavalli. Le “restàre”, piazzole di sosta vere e proprie. Alcune con un riparo dal sole o dal maltempo. Altre sotto il cielo aperto.

Cappellozza, classe 1931, viene da una famiglia di barcari purosangue che aveva cominciato a lavorare sull’Adige e che poi si è trasferita a Battaglia. Non aveva neppure 14 anni quando iniziò a lavorare con il padre. Si è imbarcato e non è più sceso a terra. Fino al 1962, quando di lavoro non ce n’era quasi più.

 Da mozzo, Riccardo è diventato capitano di uno dei più grandi burci in circolazione sul Po, sull’Adige, fino all’Isonzo. Prima a vela, poi a motore. Il “Marco Polo” venne varato nel 1941, ai cantieri Voltolina di Chioggia. Commissionato dai fratelli Narciso, Adriano e Demetrio Cappellozza. Figli di Pasquale.

“Ottocento quintali di legno di prima scelta; quasi tre metri e mezzo a prua; pareva un brigantino” ha raccontato Riccardo a Francesco Jori in L’ultimo dei barcari”. Ci volevano ben quattro cavalli per trainarlo. Ora i burci sono scomparsi. E anche i possenti cavalli da tiro rischiano grosso. Nelle campagne e fra i navigli, non c’è più lavoro nemmeno per loro.

Marco Polo e Calvino per il solstizio: ecco come partecipare

“Senza pietre non c’è arco” spiega Marco Polo al Kublai Kan nel capitolo V de ‘Le città invisibili’: a costruire l’arco del dialogo saranno tante voci diverse, in lingue e dialetti differenti, che leggeranno insieme il capolavoro di Italo Calvino.

marcopolo_grandeIl progetto @MarcoPolo di Maristella Tagliaferro, ospite del Fle sabato 21 giugno, è patrocinato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo MiBAcT e dal Consiglio d’Europa – Ufficio di Venezia.

@MarcoPolo è un viaggio per scrivere insieme nuove pagine di Cultura attraverso la lettura, il canto, il suono di testi diversi, sia letterari che musicali: ogni partecipante è un protagonista, anche se solo per un minuto, e perciò ascolta con attenzione gli altri, impara dal confronto cose nuove. Il progetto ha l’obiettivo di contribuire a creare una comunità della cultura e far rivivere alcuni dei luoghi più belli attraverso le voci di lettrici e lettori.

@MarcoPolo_Roncade: solstizio con Calvino costituisce la terza tappa del progetto di Maristella Tagliaferro.

A febbraio aveva fatto tappa alla Biblioteca nazionale centrale di Roma: i brani de “Le città invisibili” sono stati letti in 16 lingue: l’originale italiano, lingue straniere, lingue locali e dialetti. È stato bellissimo ascoltare il testo di Calvino letto in veneziano, cinese, iracheno, serbo, napoletano, bangladese, spagnolo, barese, eccetera. Ciascuna lettrice e ciascun lettore ci ha messo l’anima, trasmettendo echi della sua cultura.

A fine marco @MarcoPolo_Pinocchio era tornato alla Biblioteca nazionale centrale di Roma con brani del capolavoro di Collodi che sono stati letti in 20 lingue e dialetti diversi.

Ma le traduzioni da “Le avventure di Pinocchio” sono state molte di più: online si è scatenata infatti una vera e propria gara, con testi e audio arrivati da vari Paesi e da tutta l’Italia, dal Provenzale della Val d’Aosta alla lingua Greca di Calabria passando per saluzzese, veronese, salentino, catanese: 60 traduzioni in dieci giorni, con cinque versioni solo da Matera … Il tutto mettendo insieme le competenze di nonne, padri, zie, figlie, nipoti che hanno collaborato riscoprendo legami sopiti con i vari rami della famiglia. Anche la generazione tra i 40 e i 60 anni si è messa in gioco scrivendo nella lingua madre, quel dialetto che era severamente ai tempi della scuola: nelle parole di molte/i, il superamento di un vero e proprio tabù che ha permesso di riscoprire ricordi ed emozioni per troppo tempo represse.

@MarcoPolo_Roncade: solstizio con Calvino ora sbarca a Roncade sul fiume Musestre.

Per chi non avesse il libro sotto mano, ecco il testo di riferimento: si scarica gratuitamente

Prenotazione dei brani da leggere: commentando il post nella pagina evento Facebook
oppure scrivendo a marcopolo.citta@gmail.com
Le prenotazioni si accettano in ordine di arrivo.

Partecipazione a distanza con l’invio della traduzione originale di un brano in lingua straniera, locale o dialetto, in forma scritta (no PDF) e/o audio mp3 a: marcopolo.citta@gmail.com
adotta.tradotto@gmail.com

Le traduzioni pervenute entro 15 giugno saranno pubblicate online.

Per seguire via Twitter: @MarcoPolo_citta @MSTagliaferro

Pecoranera a Ca’ Tron: picnic con Devis Bonanni

Per quel poco che lo conosco, penso che deve essere stato davvero contento Devis (Bonanni) quando gli organizzatori di questo festival lo hanno invitato a…passeggiare.

3171181 Non a presentare il suo libro (Pecoranera, giunto ormai alla terza edizione), non a parlare delle sue scelte di vita che a qualcuno ancora appaiono strampalate e neppure a segnare la via ad altri giovani come lui.

No. Devis è stato invitato a un picnic di fine passeggiata. A godere del miracolo di Ca’ Tron (miracolo per questo devastato NordEst) e a chiacchierare con noi davanti a una limonata, un bicchiere di vino, un’insalata di riso, una crostata di frutta.

Da pecoranera a Ca’ Tron. Dai monti del Friuli – dove Devis in tenera età si è ritirato a coltivare i campi – alla bassa trevigiana che scivola verso la laguna.

Il parco di Ca' Tron
Il parco di Ca’ Tron

Da un luogo fisico e mentale che sta al civico zero di via Provinciale, all’ingresso del paese di Raveo, a una tenuta magica che sta alle porte di Roncade.

L’appuntamento per il picnic è dopo la passeggiata, verso le 12.30, quando la fame comincia a farsi sentire. Speriamo che Devis ci porti le sue verdure.