L’ultimo dei barcari: incontro con Riccardo Cappellozza

di macri puricelli, liberamente tratto da “Di bestiale bellezza. Itinerari fra animali, sassi e acque di un Veneto ritrovato“.
Battaglia Terme (Padova) – “Forsa Nina. Spingi. Avanti. Dai dai dai”. La grande cavalla quasi si piega sugli anteriori. La sua lunga criniera bionda ondeggia. Il pelo splende di sudore. Il collo si inarca. La spalla spinge. Le narici si allargano. E Nina tira. Tira. Con tutto la forza che ha nella sua anima di cavalla grande, grossa e generosa. Ma il suo cavallante la incita ancora.

Deve dare di più. Più forza, più forza. Con il coltellino, l’uomo, arso dal sole di luglio, taglia via dall’argine un ciuffo di erba medica e quasi gliela infila in bocca. Nonostante la fatica e lo sforzo, Nina mastica e ringrazia. E tira, tira, tira. Dietro di lei una fune lunghissima, 50 metri, a volte 150.

E alla fine un burcio con tutto il suo carico di anime e di prodotti. Il vento è sceso. Le vele sono state ammainate ossequiando la bonaccia. La grosso barca è quasi ferma. E la corrente rema contro. Solo Nina può aiutarli. Lei e le sue compagne. Dall’argine. Tirando dietro di sé il burcio. Facendolo avanzare. Fino a quando non avrà più fiato. Fino alla prossima posta. Fino al ritorno del vento. Solo allora Nina e i suoi compagni potranno riposare. Avanzano tutti insieme, con un “passo da morto”. Lento, costante, sotto sforzo. Anche il più riottoso dei puledri veniva domato da quella fatica.

Riccardo Cappellozza
Riccardo Cappellozza

Riccardo Cappellozza (ospite del Fle domenica 15 giugno alle 14.30) mi guarda e sorride. La memoria corre indietro negli anni. Quando a Battaglia Terme c’erano più burci e più barcari di contadini. Quando avevano bisogno dei cavallanti per risalire i fiumi.

Era il 1959 e di burci a Battaglia se ne contavano 635. Sette anni dopo sarebbero stati solo 31. Nel 1967 erano tutti in pensione. Chiuso per sempre. Attività sepolta dai gas di scarico. Dal fiume all’autostrada. Un delirio di onnipotenza che in poco tempo ha cancellato mille anni di storia. Proprio qui, dove le virtù dell’ingegneria idraulica di ogni tempo si trovano dietro a ogni angolo.

Dal sentiero del ferro di cavallo, mi sono ritrovata quasi senza volerlo al Museo della navigazione fluviale. Qui in paese quest’area la chiamano “la pontara”. La punta estrema di un triangolo di terra. Da una parte il canale Rialto che raccoglie le acque del versante nord dei Colli Euganei e del bacino termale. Dall’altra il Vigenzone che punta verso sud-est, verso Brondolo di Chioggia per intenderci, per poi sfociare in laguna.

Riccardo è in giacca e cravatta. E’ domenica, il Museo è aperto e lui ne è la suprema guida. Qui ci arrivano pochi italiani. Molti tedeschi, olandesi e inglesi che sui Colli “passano le acque”. E che non rinunciano mai a una visita al museo. Arriva anche qualche scolaresca. La sede del Museo, elegante costruzione ottocentesca, era il mattatoio pubblico. In altre parole il macello. Che ha funzionato in questa sede fino agli anni Settanta. Per poi essere abbandonato fino alla decisione dell’amministrazione comunale di Battaglia, nel 1985, di destinarlo a ospitare la memoria di un popolo. Quello ormai estinto dei barcari che andavano per canali e fiumi. Dai tempi più remoti alla metà degli anni ’60 del Novecento.

Riccardo Cappellozza è il loro mentore ed è un fiume di ricordi. Difficile, anzi quasi impossibile, arginarne la passione. Quella stessa con cui sovrasta ogni visitatore che si affida alla sua guida. Perché ogni oggetto custodito in questo Museo – che l’Europa ci invidia e che l’Italia ignora – fa parte della vita di Riccardo. Ogni immagine, ogni modellino, ogni argano, ogni cima. Tutto è stato cercato, trovato, recuperato, restaurato senza badare a spese.

Anche quell’enorme mulinello che avvolge 150 metri di corda di canapa. Serviva per avvolgere le funi cui venivano attaccati i cavalli, meno frequentemente i buoi, che da riva trainavano i burci lungo il canale. Quando si andava contro corrente. Quando il vento si faceva attendere. Quando i barcari non riuscivano con le proprie forze a tirare la barca. Come oggi ci sono i distributori di benzina lungo le nostre strade, ad accompagnare il percorso dell’asta fluviale c’erano le poste con i cavalli. Le “restàre”, piazzole di sosta vere e proprie. Alcune con un riparo dal sole o dal maltempo. Altre sotto il cielo aperto.

Cappellozza, classe 1931, viene da una famiglia di barcari purosangue che aveva cominciato a lavorare sull’Adige e che poi si è trasferita a Battaglia. Non aveva neppure 14 anni quando iniziò a lavorare con il padre. Si è imbarcato e non è più sceso a terra. Fino al 1962, quando di lavoro non ce n’era quasi più.

 Da mozzo, Riccardo è diventato capitano di uno dei più grandi burci in circolazione sul Po, sull’Adige, fino all’Isonzo. Prima a vela, poi a motore. Il “Marco Polo” venne varato nel 1941, ai cantieri Voltolina di Chioggia. Commissionato dai fratelli Narciso, Adriano e Demetrio Cappellozza. Figli di Pasquale.

“Ottocento quintali di legno di prima scelta; quasi tre metri e mezzo a prua; pareva un brigantino” ha raccontato Riccardo a Francesco Jori in L’ultimo dei barcari”. Ci volevano ben quattro cavalli per trainarlo. Ora i burci sono scomparsi. E anche i possenti cavalli da tiro rischiano grosso. Nelle campagne e fra i navigli, non c’è più lavoro nemmeno per loro.

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