Un mare di plastica: incontro con Nicolò Carnimeo

copertinadi macri puricelli
Nell’oceano Pacifico, fra la California e le Hawai, c’è un’isola di plastica. Grande come l’Europa. Fatta di tutti quegli oggetti che noi abitanti di questo mondo abbiamo gettato in mare. Giorno dopo giorno.

Nessuno se n’era mai accorto. Eccetto un capitano-falegname inglese con la passione del mare. A 60 anni, approfittando di un lascito, il capitano-falegname si è messo per mare per difenderlo. Un bel giorno in una regata si addormenta e il pilota automatico lo porta fuori rotta e scopre quest’isola, monumento alla nostra incapacità di difendere il pianeta.

Quello con il capitano Charles Moore è uno degli incontri che Nicolò Carnimeo, giornalista e docente universitario a Bari (ospite di Fle domenica 8 giugno) , ha voluto fare per costruire un libro inchiesta che ci inchioda: “Come è profondo il mare”, edizioni Chiarelettere, uscito lo scorso gennaio.

Carnimeo, sostiene il meteorologo Luca Mercalli nella prefazione al volume, descrive “una realtà inquieta e poco nota, nascosta negli abissi marini”. E ce la racconta molto bene, con grande competenza e puntualità, lanciando l’allarme sul livello di inquinamento raggiunto dei nostri mari.

I suoi reportage ci offrono l’immagine di un mare come immensa discarica. Un mare che diventa testimone muto e vittima del modo in cui abbiamo scelto di vivere.

Carnimeo non ha mezzi termini quando scrive e mette in ordine una grande quantità di dati, incontri, prove, testimonianze. Questo è un libro diretto e quasi sfacciato che accusa il mondo di aver trattato il mare come un’immensa pattumiera a prova di ogni nefandezza.

E invece i nostri mari soffrono. La vita degli abissi è in pericolo. La nostra stessa sopravvivenza è minacciata.

La scommessa, in un ambiente minacciato e assediato, resta sempre la stessa: sopravvivere a noi stessi.

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